Una pratica personale
Una pratica individuale di yoga è un buon momento per mettersi in contatto con la propria interiorità e con le forze profonde che regolano la nostra esi­stenza. Se pratichiamo soli, non sarà più l’insegnante, davanti a noi, a scegliere la posizione da assumere e neppure a regolarne i tempi di entrata e uscita. Po­tremo ascoltare la Śakti, lasciarci guidare dall’azione spontanea, semplicemente rimanendo in ascolto del corpo, dei suoi bisogni, dei suoi impulsi regolatori.
Ci saranno momenti, durante una tale pratica, in cui sentiremo l’impulso al raccoglimento e altri in cui questa forza interna vorrà raggiungere aree del corpo che si apriranno in un gesto.
La posizione, l’āsana, diventerà allora un atto creativo, un sorgere di sensa­zioni. A questa creazione seguirà poi il momento della dissoluzione, sentiremo l’istante in cui la forma verrà sciolta, scomposta, per ritrovare luce o buio, pre­sente negli occhi, alba o tramonto di forze che si erano dimenticate.
Durante una lezione invito gli allievi a scegliere tempi e modi per praticare āsana e prāṇāyāma. Li invito, pur essendo pratiche in gruppo, a un certo mar­gine di autonomia. Ognuno ha i suoi tempi, ogni corpo ha la propria storia.
Una posizione potrà essere abbozzata, o rifinita nei particolari, potrà durare un minuto, due, o solo pochi secondi; potrà essere realizzata grazie a più pas­saggi o completata in un solo gesto, come si trattasse di un’immersione.
Se il tantra ci invita a riscoprire coscienza e soggettività diventa incongruen­te una pratica che trasforma un corpo vissuto in un corpo oggettivo fatto solo di muscoli da tendere e da tempi e sforzi da mantenere a ogni costo.
Questo modo di praticare ci permette di riconoscere le forze animatrici, sen­sibili e intelligenti del nostro corpo che contiene, al suo interno, i segreti di una vibrante spiritualità creativa.

Esplorare l’esistenza
Durante la pratica, posso invitare gli allievi a mantenere sukāsana, la posizio­ne seduta, e chiedo di estendere le braccia sopra la testa, cercando di essere in quel gesto con il minor impegno possibile, senza arrivare al limite dell’allun­gamento muscolare, in modo da non sentire sforzo ma una possibile apertura verso l’alto.
Salendo, le braccia, porteranno ogni parte della struttura fisica nella verticale; pelle, muscoli, ossa, legamenti, sguardo, dita… tutto converge verso uno spa­zio da incontrare tattilmente.
Non sarà il braccio, in modo meccanico, a tirarsi verso l’alto, ma, grazie a un ascolto dell’intera corporeità, la coscienza potrà percepirsi in uno spazio che non è più osservato ma canalizzato verso l’infinito. È solo così che lo yoga si può di­stinguere dalla ginnastica: il tempo lascia posto a un territorio da animare.
Questo modo di praticare, generando nuove sensazioni e nuovi stimoli in­teriori, permette una rinascita e una revisione dei propri modelli percettivi e interiori. Si riscrivono i codici della propria sensibilità.
Esorto ogni studente all’esplorazione, all’ascolto, per realizzare quanto un ge­sto della mano (mudrā) possa entrare in contatto con gli schemi più profondi della fisicità e modularne l’andamento. Un gesto che porta con sé un significato, un’emozione da definire, che può generare circolazione e trasformarsi in un “calore”, che potrà scorrere verso la testa, o scendere, fino alla punta dei piedi.
Il gesto rituale, che la tradizione vedica vedeva come il rinnovamento del sodalizio tra l’uomo e il divino, nello yoga diventa un modo per recuperare un rapporto con le dimensioni senza limiti del proprio sentire.
Durante la lezione ogni allievo ricontatta la propria storia, rinasce a ogni istante, sostituendo vecchie sensazioni a nuove percezioni.
L’ascolto è come la fine del giorno, che si lascia alle spalle residui di vita, luci e fiamme da raccontare, fonti ispiratrici che alimentano la bellezza di una re­altà pronta a scomparire, crearsi nuovamente e riemergere.