Pratiche dal Samkhya
Una delle etimologie del termine āsana è “essere seduti”. È dunque l’installazione nello sfondo della coscienza di tutto ciò che noi crediamo di essere. Le braccia e le gambe sono considerate delle estensioni sussidiare (upanga). Gli organi d’azione devono essere abbandonati. 3
 
La pratica può essere suddivisa in tre fasi:
1. In posizione seduta, considerare il corpo come fosse formato da due parti: una parte periferica, rappresentata da gambe-piedi, braccia-mani e testa (escluso il collo), e una centrale, rappresentata dal tronco.
2. La testa (gli occhi potranno rimanere chiusi), gli arti superiori e inferiori vengono lasciati inattivi, e per metterli a riposo si porti l’attenzione al tronco cercando di percepire: l’appoggio del bacino sul pavimento, il tipo di allineamento della schiena, la presenza delle aree laterali (del tronco), dalla cresta iliaca fino alle ascelle.
3. Effettuare i principali movimenti del tronco: inclinazione laterale (ardha-chandrāsana), torsione (matsyendra), estensione e flessione della colonna.
In questo modo, soprattutto i karma indriya sono messi in uno stato di riposo.
La disconnessione della coscienza con le parti periferiche e la consapevolezza orientata verso l’area del tronco è il fondamento utile per la pratica di quasi tutti gli āsana trattate nello yoga; un punto di vista fondamentale che sposta la coscienza verso una vasta zona del corpo (quella del tronco) luogo di primaria importanza per la pratica tantrica del prāṇāyāma e del Kuṇḍalinī-yoga.
La purificazione degli organi sensoriali, potrà essere praticata in una fase successiva a quella relativa alla purificazione dei karma indriya.
 
 
Pratiche dallo Yoga Sūtra
Lo Yoga Sūtra è ricchissimo di indicazioni pratiche su come e su cosa meditare. Alcune di queste meditazioni possono riguardare la percezione della corporeità.
Alle vṛtti, cioè a stati di coscienza che possono essere disturbanti, si dovranno aggiungere i kleśa (fattori irritanti), gli antarāyā e i vikṣepa (ostacoli interiori); dopo un’esposizione di questi elementi, che abbiamo avuto modo di incontrare nel capitolo nove, Patañjali presenta delle meditazioni adatte al superamento di queste afflizioni per creare uno stato di coscienza purificato.
Alcune di queste dhāraṇā hanno in qualche modo a che fare con elementi collegati alla corporeità.
• Si ottiene la chiarezza mentale attraverso l’espiro e la sospensione del respiro. (PYS I, 34)
• Si può ottiene la chiarezza mentale tranquillizzando la mente attraverso percezioni sensoriali adeguate. (PYS I, 35)
• Si ottiene la serenità attraverso la consapevolezza della luce interiore. (PYS I, 36)
• Si raggiunge la chiarezza mentale con l’aiuto della meditazione che si preferisce. (PYS I, 39)
Possiamo mettere in sequenza questi sūtra e creare una meditazione che può essere praticata anche quotidianamente:
•La meditazione che scegliamo [39] è quella a indirizzo corporeo, le sensazioni sono l’elemento su cui portare la consapevolezza.
•La mente potrà mettersi in contatto con le sensazioni più gradevoli che possono essere presenti nel corpo, dalle più grossolani alle più sottili [35].
•Si segua il respiro, o dal punto di vista dell’aria che entra ed esce dalle narici, o dal punto di vista del movimento di espansione e distensione delle pareti del tronco. Una volta contattato il respiro si mantenga la consapevolezza sulla fase espiratoria fino a quando si stabilisce un contatto con quelle sensazioni che sono modulate dall’espiro.
Dopo questo contatto portare la consapevolezza solo sulla pausa espiratoria, rimanendo in contatto con le sensazioni che avvengono durante questa fase [34].
• Nella fase finale di questa meditazione si porti il contatto con la luce percepita dietro le palpebre chiuse. Alimentare questa sensazione luminosa seguendo il movimento inspiratorio dalle narici agli occhi.
Quando si è in contatto col campo luminoso si dovrà cercare di percepire l’eventuale espansione dell’attività luminosa [36].
Chiudiamo gli occhi ed entriamo nel ruolo dello spettatore, di colui che percepisce e, per questo, cerchiamo di percepire la luce interiore, di sentirci illuminati
A questo punto possiamo rimanere testimoni della luce; possiamo vedere (dṛg śakti) solo in presenza della luce (darśana śakti)
Se la luce scompare, perdiamo la nostra capacità di percepire gli oggetti, perché è questa luce che attiva la nostra capacità (energia) di vederli.
La luce che percepiamo a occhi chiusi è una luce illimitata, senza confini.
Stiamo percependo la luce ma molti di noi potrebbero pensare che questa nostra capacità dipenda dall’intensità della luce esterna.
Per interrompere il processo legato alla percezione della luce esterna che filtra attraverso le palpebre, possiamo schermare gli occhi appoggiando sopra le mani a coppa.
Una volta abituati a questo tipo di percezione, ci porremo ancora una domanda:
Continuo a percepire la luce, anche se di un altro tipo, oppure no?
È possibile percepire la luce anche se abbiamo schermato i nostri occhi con le mani? 4
 
Pratiche dalla Bhagavadgītā
La terza pratica proposta usa come linea guida il sūtra ventinove del capitolo quattro e il ventisette e ventotto del capitolo cinque che suggeriscono, per sviluppare equilibrio e equanimità d’animo, pratiche di regolazione del flusso respiratorio:
Apāne juhvati prāṇaṁ
prāṇe ‘pānaṁ tathā ‘pare
prāṇāpānagatī ruddhvā
prāṇāyāmaparāyaṇāḥ.
Altri, dediti al prāṇāyāma, regolando il flusso inspiratorio ed espiratorio, sacrificano l’inspirazione nell’espirazione e l’espirazione nell’inspirazione. (Bg IV, 29)
Sparśān kṛtvā bahir bāhyāṁś
cakṣuś cai ΄vāntare bhruvoḥ
prāṇāpānau samau kṛtvā
nāsābhyantaracāriṇau
yatendriyamanobuddhir
munir mokṣaparāyaṇaḥ
vigatecchābhayakrodho
yaḥ sadā mukta eva saḥ.
Abbandonando tutte le percezioni concernenti gli oggetti esteriori e concentrando lo sguardo tra le sopracciglia, controllando le espirazioni e le inspirazioni delle narici, avendo per obiettivo supremo la liberazione, emancipandosi dal desiderio, dalla paura e dalla collera, il sapiente è in verità, un liberato. (Bg V, 27-28)
In una posizione comoda, mantenendo un respiro spontaneo, non modificato dalla volontà, portare consapevolezza al passaggio del flusso dell’aria dalle due narici.
Si deve cercare di percepire l’eventuale differenza di durata del flusso inspiratorio rispetto a quello espiratorio, lasciare il respiro in sottofondo e praticare alcuni semplici āsana:
• Savāsana, sdraiati a terra, supini, ascoltare tutti i contatti che il corpo ha con il pavimento, tenere per qualche minuto la posizione.
• Apanāsana, sdraiati a terra, proni, ascoltare tutti i contatti che il corpo ha con il pavimento, tenere per qualche minuto la posizione.
• Anantāsana, sdraiati su un fianco (lato destro, gambe leggermente flesse, una sull’altra), ascoltare tutti i contatti che il corpo ha con il pavimento, tenere per qualche minuto la posizione.
• Anantāsana, (lato sinistro, gambe leggermente flesse, una sull’altra), ascoltare tutti i contatti che il corpo ha con il pavimento, tenere per qualche minuto la posizione.
• Sukāsana (o matsyendrāsana), posizione seduta, comoda, torsione del tronco, a destra e a sinistra, tenendo per un minuto e mezzo la posizione per ciascun lato.
Terminata la sequenza riportare consapevolezza alla durata delle due fasi respiratorie per verificare l’eventuale cambiamento.