Il termine yoga è uno dei più versatili del sanscrito; deriva dalla radice ver­bale yuj, che significa imbrigliare, aggiogare, ma possiede una vasta gamma di significati che vanno dai più conosciuti di unione, congiunzione, regola, mez­zo (quindi metodo), ai meno conosciuti: preparare, equipaggiare, allacciare, squadra, costellazione, arte magica, sforzo, devozione.
Quando viene inteso come processo di separazione allora perde il suo signi­ficato di “congiungimento” e “unione” per coincidere con quello di “aggioga­mento” (attraverso il quale avviene un distacco, o controllo, sensoriale).
Nel periodo vedico per yoga s’intendeva “controllo della mente e dei sensi” e quindi il termine yoga non sarà tradotto come unione ma come separazione.
Nella Bhagavadgītā, Kṛṣṇa invita Arjuna a credere in lui, ad affidarsi al divino, all’unione, quindi il termine yoga sarà tradotto, come in tutta la tradizione tantrica, come unione.

Una tale visione avrà come risultato quello di concepire lo yoga come un vero e proprio respiro della coscienza, in cui potremo passare dal ritiro dal mondo sensoriale (yoga del distacco, visione dualista) a un incontro e connessione con l’intera realtà, anche fenomenica (yoga dell’unione, visione monista).
La Kaṭha Upaniṣad, nel definire lo yoga, sembra già racchiudere, in sintesi, i concetti di unione e distacco.

Per Yoga si intende questo forte contenimento dei sensi [indriya-dhāraṇā]. “Colui che lo pratica” non è allora più distratto. Yoga è, infatti, principio e fine [congiunzione degli estremi]. (Ku VI, 11)

Quando si dileguano tutti i desideri stabiliti nel cuore, allora il mortale diventa immortale, e si ottiene il brahman. (Ku VI, 14) 1