Il Vi-yoga, lo yoga del discernimento, inizia quando si prende coscienza dello stato di sofferenza in cui ci si trova.
Una pratica yogica è una risposta a domande che nascono da un disagio, che emergono dalle profondità dei tessuti e dei propri visceri, o da memorie, sepolte nei luoghi più impenetrabili della psiche.
La domanda è una richiesta urgente che l’allievo pone al maestro, o a se stes­so, nel momento del bisogno.
Il dialogo, con i vari aspetti del proprio essere, viene attivato dall’insegnante a ogni inizio lezione.
Quando abbiamo necessità di vivere lo yoga significa che ci troviamo già in un intenso contatto con la nostra interiorità.
Io invito i miei allievi, durante la lezione, a porsi in una posizione comoda. Chiedo loro di dedicare tempo all’ascolto di quanto emerge dal corpo, senza pregiudizi, senza obiettivi, senza alcuna pretesa; in quel momento ci si può permettere di percepire quello che si è, non quello che si vorrebbe o si sarebbe potuto essere. Il dialogo è senza mediazioni, con la realtà, col proprio stato d’essere nell’istante.
Saranno sufficienti alcune domande per incontrare la dimensione spontanea che si manifesta quando ci si trova liberi dai ruoli quotidiani, dalle azioni obbligate.
Chiederò:

  • Il tempo vissuto in contatto con il mondo esterno, durante la giornata, ha lasciato tracce nella corporeità, o prodotto emozioni?
  • C’è sofferenza presente in qualche zona del corpo?
  • Esiste qualche sensazione fastidiosa da cui ci si vuole distaccare?
  • Che cosa blocca o impedisce alla vitalità di scorrere liberamente?
  • Abbiamo mezzi disponibili per la rimozione dei disagi percepiti?

Le risposte che l’allievo si dà, attraverso un’analisi dettagliata e attenta del corpo, serviranno da orientamento a una pratica. Allora gli āsana, avranno motivo d’esse­re, saranno accolti e percepiti, il corpo verrà trattato con cura e intelligenza.
Seguiremo così, anche senza conoscerla, la via del Sāṃkhya che ci chiede di riconoscere e interrogarsi, innanzitutto, circa l’origine della nostra sofferen­za; questo riconoscimento, esclusivamente teoretico, troverà poi riposta nella prassi, cioè nelle pratiche suggerite dallo Yoga Sūtra (o da qualsiasi altro testo tradizionale che si deciderà di seguire).
Ogni volta che insegno spero che gli allievi imparino ad attivare la funzione dell’osservatore, dṛṣṭ (o draṣṭuḥ), e che riescano così a percepire, senza media­zioni esterne, ogni singola parte del loro essere. Questa analisi permette di essere il contatto con il corpo nella sua globalità.
Uscire dai propri schemi posturali è uno dei propositi finalizzati al recupe­ro di schemi corporei più completi, armonici e funzionali. In altre parole il distacco è finalizzato a nuove possibili unioni nonché a una liberazione dalle abitudini posturali, dalle parti del corpo particolarmente dominanti.
Questo momento di analisi delle singole zone educa l’allievo a una pratica di distacco.
Unirsi ai propri piedi e separarsi da essi, per essere in grado di percepire la caviglia, poi la gamba…
Unirsi alle mani per allontanarsi dalla sfera visiva; lasciare in sottofondo le sen­sazioni del corpo per avvicinarsi a quelle respiratorie; cercare punti i vitali indicati dalla tradizione che mostrano una visione del corpo che ci prepara alla ideazione del “corpo yogico”.
Fare esperienza dello spazio, del suono, dei cambiamenti che il tempo dedi­cato all’ascolto ci regala.